Klat_il_gesto_femminista_Foto_Agnese_De_Donato_4
2

Livia Turco – Carta Itinerante. Idee, proposte, interrogativi | carta donne PCI sezione femminile

Quando il segretario nazionale del PCI, Alessandro Natta, mi chiamò nel suo ufficio per comunicarmi la sua decisione di propormi come responsabile nazionale delle donne e con quel ruolo entrare nella “mitica” segreteria nazionale, per poco non svenni dalla sorpresa e dalla paura. «Sei matto» gli dissi «Matto? Mi fa piacere… in genere mi considerano un moderato…» «Non sono all’altezza di entrare nella segreteria nazionale, ho trent’anni e sono un’illustre sconosciuta». Natta era divertito da questa mia reazione, era contento di sentirsi finalmente nei panni dell’innovatore. Effettivamente per quei tempi stava facendo una vera innovazione che spiazzò tutti. Poi aggiunse, non so con quale convinzione e con quale consapevolezza delle conseguenze, «in segreteria dovrai rappresentare la forza delle donne». Quel mandato placò le mie ansie e accese al massimo la mia passione politica e la mia determinazione. Ero giovane, ma avevo alle spalle una “gavetta eccellente” maturata a Torino, la città della classe operaia dove essere femminista e cattolica non era proprio una passeggiata. A Torino ero stata Segretaria dei giovani comunisti, avevo fatto politica con un bel gruppo di giovani, Flavia, Emanuela, Stefania e tante altre. Ero stata responsabile delle donne del partito torinese e ci eravamo divertite moltissimo a mettere a soqquadro il partito, diretto con piglio militare da Piero Fassino che non mancava mai alle nostre riunioni. Dimostrammo che non esistevano solo gli operai della Fiat Mirafiori ma le operaie, le lavoratrici a domicilio, le impiegate, le lavoratrici agricole, le imprenditrici, le intellettuali…Mettemmo in campo una nuova cultura del lavoro, tra produzione e riproduzione, tra lavoro di cura e lavoro nel mercato. Focalizzammo la tematica dei tempi di vita pensando alla vita faticosa e di abile giocoliera delle operaie per scoprire poi che la questione riguardava tutte le donne. Insomma, avevo una “scatola degli attrezzi” che avrei potuto mettere a disposizione delle altre per “scatenare” la forza delle donne. Non casualmente la mia prima iniziativa fu quella di andare, con Marialba Pileggi, giovanissima responsabile delle donne di Brindisi, a incontrare le braccianti del caporalato in Puglia, che lottavano contro lo sfruttamento dei caporali e pretendevano di avere un pullman che le portasse degnamente al lavoro. Fui eletta responsabile nazionale delle donne e membro della segreteria nazionale nel Comitato Centrale del partito nella primavera del 1986.

Sostituivo Lalla Trupia che aveva fatto un eccellente lavoro di innovazione e di apertura alla società e al femminismo. Come era naturale scelsi una nuova squadra, un gruppo di donne che si chiamava Sezione femminile Nazionale del PCI. Perla Lusa, triestina, era arrivata da poco e rimase; Anna Maria Carloni da Bologna con la quale avevo condiviso anche l’esperienza della FGCI; Gloria Buffo da Milano, allora responsabile nazionale delle ragazze della FGCI; ,Tiziana Arista segretario del PCI a Chieti, che piazzai nel ruolo cruciale di responsabile dell’organizzazione; Giulia Rodano, anche lei proveniente dai giovani comunisti di cui era stata responsabile nazionale delle ragazze; Elena Cordoni di Massa Carrara che veniva dal Sindacato; Roberta Lisi, la più giovane; Alberta De Simone da Avellino, un’insegnante tenace che conosceva bene il Sud; Marisa Nicchi da Firenze, anche lei proveniente dalla FGCI…Successivamente arrivarono Anna Maria Riviello da Potenza, Donatella Massarelli da Terni, Silvana Giuffré da Palermo, Mariangela Grainer da Vicenza…Insieme a questo gruppo decisi fin dall’inizio di stringere una forte alleanza con “le intellettuali”, diverse tra loro ma che mi affascinavano tanto: Franca Chiaromonte, con cui condivisi l’esperienza della FGCI e che dall’importante rivista “Rinascita” mi era sta vicina nelle mie innovazioni torinesi, Letizia Paolozzi, Luisa Boccia, Francesca Izzo, Claudia Mancina, Laura Pennacchi.
Poi c’erano le responsabili regionali e provinciali, quelle in prima linea: Anna Annunziata, Arianna Bocchini, Antonella Rizza, Susanna Cenni, Anna Serafini, Delia Murer, Adriana Ricca, Josè Calabrò…e altre 120 che presidiavano l’Italia. C’erano le nostre autorevoli Madri da me molto amate: Marisa Rodano, Giglia Tedesco, Nilde Iotti, Lina Fibbi… Coronava il tutto il plotone delle parlamentari capeggiate da Romana Bianchi e da Ersilia Salvato. 
Con una squadra così potevamo “scatenare” la forza delle donne italiane per cambiare la loro vita e contare nella politica.

Per farlo dovevamo avere un progetto ambizioso. Non si fa politica senza l’ambizione di un grande progetto che contenga una “idea di società” e la concretezza degli obiettivi per cambiare quotidianamente le cose… Un progetto non è il “sol dell’avvenire” con cui fare propaganda ma una visione, un’idea di società per essere efficaci giorno per giorno. «Idealità e concretezza» eravamo solite dire… Da questa consapevolezza e da questa ambizione è nata «Dalle Donne la Forza delle donne». Carta Itinerante. Idee, proposte, interrogativi… Il titolo contiene il progetto e la proposta politica: costruire una relazione tra donne, fare squadra, tessere alleanze.

La Carta era “itinerante” perché doveva viaggiare in tutta la società italiana, incontrare le donne semplici della nostra vita quotidiana, ascoltare la loro voce, raccogliere i loro pensieri per farli pesare nella politica. Per questo avevamo previsto delle schede in bianco su cui prendere appunti e curammo molto le parole, il linguaggio. Volevamo che fosse semplice, che andasse dritto al cuore ma che avesse tutta la densità di un pensiero forte e competente.

Nell’introduzione della Carta scrivevo: «Noi donne comuniste proponiamo alle donne una alleanza per vincere una scommessa: stabilire un rapporto nuovo tra la nostra vita e la politica, fare in modo che la nostra vita “invada” le istituzioni della politica, i governi, i partiti che li compongono, diventi per loro “materiale ingombrante” li obblighi ad “inciampare” in essa.» Il progetto era la forza delle donne per le donne, ma anche per una trasformazione profonda della società. Costruire un’alleanza tra pensiero della differenza sessuale e pensiero della trasformazione sociale per costruire una società umana, a misura di donne e uomini. Bisognava costruire una cultura politica nuova e politiche concrete coerenti. Nuovo pensiero e nuove politiche.

Fu questo il senso di parole che contenevano il nuovo progetto «coscienza del limite», «il tempo delle donne», «tempi di vita e di lavoro»; «rappresentanza di genere». Per noi il soggetto della trasformazione era il PCI, lo volevamo cambiare, volevamo rinnovare la sua cultura politica. Il PCI era per noi irrinunciabile. Senza quel partito e il progetto della società socialista non ci sarebbe stata vera trasformazione sociale e anche la forza dirompente della differenza femminile non avrebbe dato pienamente i suoi frutti.

Il nostro progetto si collocava in controtendenza rispetto al clima culturale e sociale: in Europa e in Italia si stava scatenando l’ondata neoliberista che metteva in discussione sul piano culturale l’idea della solidarietà e della giustizia sociale e anche per le donne proponeva un ritorno a casa al primato del lavoro famigliare. Teorica di questo neo ritorno a casa fu Betty Fridan con il suo La mistica della femminilità.

Per questa ragione, per me, punto irrinunciabile fu sempre la scrupolosa attenzione alla condizione sociale delle donne, alla realtà troppo avara nei loro confronti, allo scarto tra la coscienza e la condizione femminile. La Carta delle donne non è nata a tavolino nel chiuso delle stanze di un partito. È nata nel vivo della battaglia politica e culturale e delle vicende che viveva il nostro paese, e il mondo. Ne cito le tappe fondamentali.

Identità, lavoro e sviluppo. Le donne: risorse e progetti

Convegno nazionale a Roma il 21, 22, 23 febbraio1986, dove lanciammo una nuova proposta sul lavoro e soprattutto una nuova cultura del lavoro che avrebbe portato all’elaborazione di leggi come la 125 sulle azioni positive e le pari opportunità e quelle relative alla tutela universalistica della maternità. Il mondo era stato sconvolto dalla nube di Cernobyl, la centrale nucleare che era esplosa in Ucraina mietendo miglia di vittime e lasciando una traccia mortale che avrebbe colpito le generazioni future. Quella tragedia segnava la necessità di una svolta culturale nel rapporto con la scienza e la tecnica e le donne, per il loro speciale rapporto con il corpo e la vita umana, dovevano far agire la loro differenza. Per produrre un pensiero nuovo capace di attrezzare donne e uomini a governare il mondo. Convocammo un seminario attraverso la pratica della relazione tra donne e il reciproco riconoscimento di sapere e competenza. Fu l’occasione per un incontro autentico con donne del femminismo come Alessandra Bocchetti, Lia Cigarini, Luisa Muraro, Adriana Cavarero, e scienziate come Livia Donini.

Oltre l’estraneità

“Scienza, potere, coscienza del limite” si svolse il 4 luglio a Roma ed ebbe un’eco importante perché mise al centro il dovere, la responsabilità delle donne di praticare la scena pubblica occupandosi del mondo e la fecondità del pensiero della differenza che in quella occasione aveva focalizzato «la coscienza del limite: non tutto ciò che si può si deve fare». Alla Festa Nazionale delle donne, tradizionale e importante appuntamento delle donne comuniste che si svolse a Tirrenia (Pisa) nel luglio del 1986, invitammo la filosofa Luce Irigary, che svolse una lezione sul tema «Una probabilità di vivere. Limite al concetto di “neutro e universale” nelle scienze e nella tecnologia». Era la prosecuzione e l’approfondimento avviato dopo Cernobyl. La relazione con la filosofa della differenza fu fondamentale per costruire la nuova politica e non a caso fu invitata a intervenire al diciottesimo congresso del Partito, quello del «Nuovo PCI» con Achille Occhetto.

Ma i problemi sociali incalzavano, soprattutto la disoccupazione femminile e l’attacco al welfare. I coordinamenti femminili Cgil, Cisl, Uil, forti e combattivi, diretti da donne tenaci come Maria Chiara Bisogni, Carla Passalacqua, Franca Donaggio, che erano interessate alla nostra nuova elaborazione sul lavoro, indissero una manifestazione a Napoli il 14 ottobre. La Sezione Femminile Nazionale del PCI aderì, e lavorammo insieme per portare tante donne. Fu una manifestazione imponente attraversata da una grande preoccupazione per le politiche che si abbattevano sul nostro paese ma anche da una grande determinazione e combattività. Nel novembre dello stesso anno, il 1986, la direzione nazionale del PCI approvò la Carta Itinerante delle donne comuniste «Dalle donne la forza delle donne».

È evidente da quanto ho raccontato che essa era il frutto di un percorso di confronto e di partecipazione che aveva avuto come fulcro quelle donne della Sezione Femminile, le intellettuali, le madri, come Marisa Rodano (che ci aveva offerto l’ospitalità della sua casa in mezzo alla frescura delle belle piante del giardino), Giglia Tedesco e perfino Nilde Iotti ne fu incuriosita e volle essere informata su quello che stava succedendo “tra le giovani compagne”…Coloro che avevano scritto la Carta erano donne di confine, che vivevano la bellezza della propria identità politica e di donne insieme con la curiosità verso le altre e anche la disponibilità a farsi cambiare dalle altre.

La riunione della Direzione fu da me preparata immaginando gli ostacoli che avrebbe potuto incontrare un progetto che si chiamava «Dalle donne la forza delle donne» e metteva così fortemente l’accento sull’autonomia delle donne e poneva a fondamento della cultura politica della sinistra la dualità del genere umano…

Immaginavo le critiche… astrattezza, subalternità al femminismo, separatismo, fare il partito nel partito…È anche vero, però, che le iniziative che avevamo già intrapreso, come la manifestazione sul lavoro e la riflessione aperta sul dopo Cernobyl ci avevano aperto un credito anche tra gli uomini che avevano colto l’innovazione e culturale e lo sforzo di costruire legami ampi con la società. Dunque sentivo attorno a noi anche molta simpatia e curiosità da parte dei compagni dirigenti, soprattutto sui territori, oltre che tra gli iscritti.

Inviai il testo prima della riunione a Nilde Iotti, lei era molto curiosa verso noi giovani compagne, la sentivo molto vicina e anche materna. Andai a parlare con Natta e gli illustrai il senso dell’operazione politica che facevamo esaltando lo sforzo di apertura alla società, gli dissi «vedi, la chiamiamo “Carta Itinerante” perché vogliamo viaggi nel paese e che ascolti le persone, le solleciti a fare politica». Ricordo il guizzo luminoso dei suoi occhi, quell’espressione “itinerante” gli piacque tantissimo. «Bellissimo, dunque, carta canta. Andate e fate parlare la Carta». Conoscevo bene la ragione della sua soddisfazione. Lui leggeva in quel progetto lo sforzo di costruire «una nuova politica di massa» e capiva anche quanto ciò fosse importante tanto più da quando il PCI viveva una fase di crisi e di isolamento dalla società, dopo la morte di Enrico Berlinguer e di fronte al dispiegarsi della rivoluzione neoliberista, che stava approdando nel nostro paese.

La riunione della Direzione si svolse in modo rapido. Ne conservo un ricordo molto vivo. Natta introdusse brevemente e mi diede la parola, poi intervenne la Iotti sostenendo che il progetto delle «giovani compagne» era molto innovativo, coglieva punti importanti della condizione femminile e andava sostenuto da tutto il partito. Ricordo quando entrò in Direzione con in mano la busta che le avevo inviato…Ricordo il suo sguardo complice e materno. Dopo l’intervento di Nilde Iotti si avvicinò Aldo Tortorella, uno dei pochissimi, insieme a Gerardo Chiaromonte e ad Achille Occhetto ad avere capito la vera innovazione della Carta a proposito del pensiero della differenza sessuale, che mi disse: «cara, ti consiglio di chiudere con la benedizione della Iotti, se si apre la discussione non si sa come va a finire». Non so cosa sia scritto nei verbali della Direzione a proposito di questa discussione.

A me non interessava di convincere gli uomini del Partito sul valore della differenza sessuale e del nuovo pensiero femminile; mi interessava conquistarli con la forza dei fatti, ero convinta che si avevano peso e influenza nel partito se si avevano peso e influenza nella società. Per questo mi interessava scatenare la forza delle donne nella società. Solo così avremmo avuto peso nel Partito. «Facciamo come se il PCI non ci fosse» era un’espressione che mi sono trovata a usare in diverse circostanze importanti.

Nell’impianto culturale della Carta e nella sua stessa struttura c’era un’ambivalenza di cui ero consapevole, un’ambivalenza, direi, voluta da alcune di noi in particolare: l’ assunzione del pensiero e della pratica della differenza sessuale, e la parte programmatica, fatta di obiettivi concreti che ci consentiva un dialogo a tutto campo con le donne italiane. Lavoro, welfare, pace nel mondo, ambiente, riforma delle istituzioni, i problemi del Mezzogiorno, ecc. Non lo specifico femminile ma la politica a tutto campo. In realtà quell’ambivalenza era l’anima della Carta e costituiva la sua originalità: mettere a fondamento di un progetto di trasformazione sociale la differenza di genere e realizzare il cambiamento facendo agire la relazione tra donne. Per questo il progetto non si poteva dividere in due parti, la relazione tra le donne e gli obiettivi programmatici, per poi scegliere a piacere una delle due parti.

Il progetto aveva una sua unitarietà e coerenza: la relazione tra donne, il riconoscimento della dualità del genere umano per costruire la trasformazione sociale, per essere realmente la sinistra del cambiamento. Bisognava dunque far scaturire dalla forza delle donne e dal pensiero e dalla pratica della differenza sessuale un progetto di trasformazione sociale. Che avevamo sintetizzato in :«Costruire la società umana… la società a misura di donne e uomini». Ambizione quanto mai attuale…

Ci fu una discussione aspra tra di noi e i pensieri si dividevano tra chi intendeva la Carta come relazione tra donne e chi guardava solo agli obiettivi programmatici e non aveva capito il valore dirompente di quella relazione. Ma l’ambivalenza felice consentì a entrambi gli schieramenti di esprimersi e di produrre politica. Sono convinta che ci siamo contaminate, che siamo cresciute tutte in ciò che la Carta ci ha consentito di realizzare: il dialogo con tante donne, l’attenzione verso di noi da parte di tanti ambienti femminili, dalla Coldiretti alle donne cattoliche, le imprenditrici, le docenti universitarie, le operaie, le intellettuali femministe.

Il fascino della Carta fu di averci consentito di vivere la mescolanza di questi mondi, di constatare la nostra credibilità tra le donne. Sentimmo tutte la responsabilità di far contare nella politica e non solo nel nostro partito quella grande forza che percepivamo esserci tra le donne italiane. Questo diede un nuovo senso alla nostra proposta di autonomia politica. Non bastava esprimere autonomia di pensiero nel partito ma dovevamo far contare donne nel paese, essere soggetto che contribuisce a tradurre la forza individuale e sociale delle donne in contrattualità sociale e peso politico.

Purtroppo ci toccò poco tempo per sprigionare il progetto della Carta: la scadenza elettorale delle elezioni politiche del giugno 1987 ci impose di trarre dei risultati dal percorso che avevamo intrapreso e dovevamo essere coerenti verso le donne italiane a cui avevamo promesso di «ingombrare le istituzioni della politica con la loro vita quotidiana». Dunque dovevamo inventarci qualcosa: decidemmo di portare la forza delle donne in Parlamento con il progetto della democrazia paritaria e della pratica nelle istituzioni della relazione tra donne. Allestimmo un grande gioco di squadra ed animate da orgoglio e passione politica facemmo una battaglia determinata: per avere tante donne in lista, per ottenere almeno il 30% di donne elette, per convincere le donne italiane a sostenerci e per obbligare i nostri uomini a sentire loro quella battaglia.

Fu una battaglia dura ma il gioco di squadra tra noi su tutto il territorio nazionale fu eccellente. Il dialogo con le donne italiane intenso e anche difficile. Ci rendevamo conto di quanto andavamo controcorrente anche tra le donne dicendo «vota donna»… Fu una battaglia dura ma alla fine vincemmo… Vinsero le donne, perse il PCI. Una contraddizione non facile da spiegare e da accettare. In realtà quel risultato si spiegava molto bene: avevamo avuto il coraggio dell’apertura, dell’innovazione, del piglio vincente e questo aveva pagato, era piaciuto. Non erano stati questi stessi, il tono e il piglio del partito in quella fase.

«Il PCI ha perso e le donne hanno vinto» dissi in Direzione con orgoglio e anche con la convinzione che dalla vittoria femminile il Partito avesse da imparare qualcosa. «Le disgrazie non vengono mai sole» fu la sarcastica battuta di Giancarlo Pajetta.

Proseguimmo con la nostra determinazione nel nostro progetto della società a misura di donne e uomini, per il cambiamento sociale e culturale mettendo in campo la proposta di legge di iniziativa popolare “Le donne cambiano i tempi”: trecentomila firme raccolte in poco tempo… Ancora una volta avevamo colto nel segno… eravamo in sintonia con la vita di tante donne e stavamo realizzando una profonda innovazione culturale che cambiava la cultura politica del PCI e della sinistra… «Siete astratte» ci dissero tanti uomini e anche qualche donna.

Poi il capo della Confindustria Felice Mortillaro mise le cose in chiaro scatenando tutta la sua contrarietà verso un progetto che proponeva flessibilità dell’orario di lavoro per poter vivere il tempo della cura, il tempo per la formazione, il tempo per sé e creare nuove occasioni di lavoro. Forse il progetto non risultava più così astratto a quegli stessi compagni dirigenti…

Venne il 18º Congresso, Achille Occhetto come segretario nazionale era nettamente schierato dalla nostra parte perché vedeva nella nostra politica ciò che gli stava a cuore: il nuovo PCI. Noi ci sentivamo il nuovo PCI… Non a caso in quel congresso, aperto da una relazione della filosofa Luce Irigaray, ci sentivamo regine… quello fu il nostro congresso. Questo forse spiega perché quando Occhetto annunciò la svolta e propose la nascita di una nuova formazione politica con il superamento del PCI, la stragrande maggioranza di noi si sentì spiazzata.

Il nuovo PCI che stavamo costruendo non era “resistenza”, era “innovazione” e costruzione di un tempo nuovo della società, della politica e anche della convivenza umana. Dunque perché cambiare? Noi ne eravamo le protagoniste più convinte. Perché andare oltre? Su questa domanda ci dividemmo. In modo anche aspro.

La fine del PCI comportò la fine dell’unità politica delle donne, delle donne come soggetto collettivo…e dunque la fine del progetto della Carta delle donne. Anche se c’è stata negli anni successivi un’onda lunga della Carta, che definisco «fase del Riformismo femminile», fatta di leggi e provvedimenti importanti per le donne, molti conquistati con la pratica della trasversalità femminile in Parlamento. Avevamo vissuto una stagione intensa, di grande passione politica.. Una passione politica bella, fatta di emozioni, relazioni umane, voglia di battersi per le altre, la voglia e non solo la speranza di praticare dei cambiamenti concreti nella vita delle donne; una passione politica che si nutriva della forza e della bellezza dei pensieri lunghi, di una società che non c’era ma che avrebbe potuto esserci…e che noi volevamo costruire… Soprattutto avevamo scoperto che la relazione tra donne creava complicità, amicizia, comportava nuove esplorazioni di noi stesse… Insomma, fu un’esperienza umana per me, per tante di noi, unica, speciale… indimenticabile.

Ho sempre conservato nel mio cuore il calore di quella speciale passione politica e, insieme con i suoi conflitti e le sue amarezze, l’ho sempre considerata un’esperienza che non potesse venire archiviata ma su cui bisognava ritornare. Il gruppo di donne della Carta si trasformò in donne e compagne che facevano scelte diverse tra loro. Fummo tra noi anche in conflitto. Con alcune ci siamo perse di vista. Se ci siamo ritrovate con piacere dopo tanti anni, se per ciascuna di noi che aveva fatto scelte diverse, trovarsi a riflettere su quella esperienza è stato importante, vuol dire che essa ha lasciato il segno, non si è ancora conclusa, non riguarda solo noi ma va oltre a noi.

Tornare a riflettere su di essa significa riflettere sul nostro paese, sulle donne, sulla sinistra e su di noi, sulla nostra responsabilità politica, che è esercizio della nostra libertà… Con il piacere e la gioia di consegnare alle giovani un pezzo di politica e di vita vissuta, di raccontare loro in modo particolare la bellezza della politica come passione.

2 thoughts on “Livia Turco – Carta Itinerante. Idee, proposte, interrogativi | carta donne PCI sezione femminile

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>