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Gloria Buffo – La «forza» per cambiare

Rileggere la Carta delle donne dà la misura dell’enorme distanza tra quegli anni e l’oggi. Non è solo la situazione politica ed economica ad allontanarci da allora, è l’Italia nel suo insieme ad essere irriconoscibile. Altrettanto impressionante è il cambiamento del quadro mondiale che, senza nessuna nostalgia per il mondo diviso in blocchi, mostra ai nostri occhi di europei occidentali tratti spaventosi (per noi donne è anche più vero).

Io non credo tuttavia che sottolineare questa “distanza” basterebbe a rendere interessante una riflessione su quella esperienza politica. Certo, il contesto (prima e dopo il crollo dei partiti e la de-politicizzazione di massa, prima o dopo il ventennio berlusconiano e l’esperienza dei governi di centrosinistra, prima o dopo l’avvento di una globalizzazione segnata dall’impronta liberista) fa una bella differenza. Francesca Izzo e Giulia Rodano hanno scritto cose condivisibili a questo proposito. E tuttavia riterrei più interessante cercare i punti critici e i lati virtuosi che la nostra esperienza della Carta ci consegna e che potremmo raccontare ad altri e altre, al di là del contesto.

Come Anna Maria Carloni non riesco a sfuggire al dato personale. Avverto, adesso con più chiarezza, cosa mi legava e cosa non mi convinceva fino in fondo del nostro lavoro politico comune. Mi legava il lavoro collettivo (non abbiamo rivendicato abbastanza potere, è vero, ma per me era meglio il gruppo del potere). Mi convinceva il fatto che dal femminismo erano scaturite idee e scoperte vitali, essenziali, di cui non si poteva fare a meno. Mi legava la sicurezza data dal contenitore PCI che sentivamo infiacchito, è vero, ma ancora in vita, come un vecchio padre che ti copre le spalle: mi avevano insegnato che le trasformazioni avevano bisogno di soggetti grandi e popolari…

L’dea di fondo era fortissima: le donne, da sole o in alleanza con dei maschi, non raggiungono forza sufficiente a prendersi della propria libertà. E quella libertà cambia tutto. A non conquistarmi fino in fondo invece era l’approccio un po’ troppo ideologico, quell’immaginare la realtà più semplice di come era. Quel difetto, ai miei occhi, era anche del femminismo. Con la differenza che il femminismo se lo poteva permettere più di noi dovendo, lui, tagliare e non necessariamente mettere insieme, organizzare, permeare, come ambivamo a fare noi donne comuniste. Qualche dubbio che quelle forme, quelle parole così organiche fossero sempre le più efficaci ce l’avevo: il nesso tra soggettività, condizione, desideri, adattamenti era forse dato troppo per scontato e il racconto ne risentiva. Avvertivo l’artificio di una modalità che in parte era la stessa del PCI. Percepivo, senza capirlo, il logoramento di quel modo di progettare la trasformazione che spiega tutto e tiene tutto insieme.

In un convegno argomenterei con convinzione l’importanza della Carta, l’originalità di un nuovo punto di vista generale di cui il PCI non seppe avvalersi. Sarebbe abbastanza interessante ributtare tra i piedi delle donne oggi sulla scena politica (e al governo) la questione dell’autonomia e della forza femminile… Lo farei (lo faremmo) efficacemente perché, su quel piano, avevamo ragione. A voi però posso dire anche quello che allora mi sembrava ingenuo. Forse è vero anche che le idee e le operazioni politiche ingenue sono le migliori…

In conclusione mi sembra che con la Carta delle donne siamo state portatrici di una formidabile intuizione politica e, nello stesso tempo, siamo rimaste intrappolate in una forma ormai inadeguata. L’essere rimaste “seconde” è legato anche a questo: la parte programmatica della carta racconta come dipendessimo da una modalità classica della politica della sinistra, da una struttura che ci costringeva a pensare il tutto anziché una parte… (l’affondo sul limite dopo Chernobyl o la rivoluzione dei tempi invece erano penetranti in sé).

Nel merito, poche questioni:

  • L’operazione «più donne nelle istituzioni e nella politica = più differenza, più pensiero autonomo, più libertà per tutte» si è rivelata non abbastanza fondata (ingenua, appunto…). Le ragioni sono molte e attengono non solo alla vicenda politica italiana di questi ultimi trent’anni ma, io credo, a dati più di fondo relativi a quanto è successo tra le donne italiane.

  • Il «modello maschile» di far politica che noi volevamo cambiare è, in effetti, cambiato, ma in un altro verso. La crisi del patriarcato ha inciso. Ma all’autorità del politico (già indebolita), alla sua cultura, al suo cerimoniale si è sostituita la provincia, la gioventù, l’irriverenza (i poteri sono tutti in crisi, quali riverenze dovrebbero valere?). È il ritorno della politica? Non lo so, dubito. Non c’è visione, non c’è forza né cumulo sufficiente di intelligenza. Ci sono energia, volontà, quell’appello alla speranza un po’ disperata che per un po’ funzionano perché “quelli di prima” hanno fallito.

  • Hanno fallito anche quelle di prima, cioè noi? Non mi riferisco all’esito delle prove non superate dalla sinistra in questi decenni (Francesca ha ragione, i parametri con cui si è affrontata la sfida del governo erano vecchi) ma alle tante che invadono volentieri i partiti e i governi senza essere di alcun ingombro, per esempio.

  • Infine noi. Nella Carta la «forza» è una parola che ricorre spesso. Non solo «dalle donne la forza delle donne», ma il bisogno di trovare forza nella società, con le alleanze, con le vertenze, con le idee. Io credo ancora che la «forza» per cambiare sia essenziale. E mi chiedo perché molte di noi (non tutte), dopo anni, fatichino a trovare altri modi che non siano il partito (che non c’è più) per costruire quella forza. Orfane?

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