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Giulia Rodano – Gli anni della difficile gestione di una sconfitta

La Carta delle donne, rileggendola oggi, dà pienamente ragione al suo incipit «Siamo donne comuniste».

Tutto lo sforzo della Carta appare concentrato nel mostrare e dimostrare che le donne hanno effettuato una rivoluzione nella propria vita, che tale rivoluzione è irreversibile e che potrebbe essere, non solo parte integrante dell’opera di trasformazione sociale e politica della sinistra, ma anche elemento decisivo della controffensiva che la sinistra avrebbe dovuto mettere in campo contro la ormai sempre più incombente offensiva neoliberista. Da questo punto di vista, non solo mi riconosco in quello sforzo, ma ricordo anche la passione e il senso di stare compiendo un lavoro utile, importante, che potesse segnare in qualche modo il nostro futuro nel movimento e nel partito.

Ricordo altresì la netta consapevolezza dell’insufficienza e della stanchezza del PCI, la sensazione che il partito fosse fermo, come congelato, di fronte alle trasformazioni drammatiche prodotte dal reaganismo e dalla crisi del socialismo reale. Si trattava dello stesso sentimento che mi ha indotto ad aderire alla svolta.

Ricordo bene come il lavoro nel gruppo della Carta, proprio per il suo tentativo di scavare nel cambiamento e nelle sue contraddizioni, coprisse il vago senso di oppressione e lenta decadenza che il PCI d’epoca mi trasmetteva.

Alcune delle affermazioni della Carta colpiscono per la loro straordinaria contemporaneità e quindi danno anche il senso dello scacco subito da quante, a partire da me, quelle affermazioni hanno elaborato. La Carta rimane un documento moderno, attuale, ma l’incipit «Siamo donne comuniste» ne denuncia l’appartenenza a un altro tempo. I soggetti il cui incontro e la cui contaminazione avrebbero dato senso alle affermazioni del documento, oggi non esistono più e noi siamo state, forse inconsapevolmente, protagoniste della loro dissoluzione. Mi è impossibile oggi riflettere sulla Carta delle donne, sul suo percorso e sui suoi contenuti senza pensare anche a quanto è avvenuto dopo, a cosa ne è stato in questi anni della sinistra e delle sue idee, delle donne e delle loro idee.

La Carta parte dalla affermazione della necessità di partire dalla forza delle donne perché la politica e le istituzioni vi “inciampino” sopra. Vi si critica l’offensiva neoliberista che avrebbe sollecitato un maschilismo di ritorno.

Affermavamo la volontà delle donne di:

  • affermarsi ai propri occhi

  • lavorare tutte

  • costruire una nuova cultura della sessualità

  • valorizzare il lavoro della propria intelligenza

  • vivere naturalmente con razionalità e sentimento

Questi punti esprimono «interessi delle donne e anche la grande sfida politica alla sinistra di governare la società del futuro». E ancora, che il problema doveva essere «come riempire di significato, a partire dall’esperienza e dalla forza delle donne, parole quali democrazia, partecipazione, stato, governo, amministrazione». E infine che bisognava «affermare noi stesse e contribuire alla trasformazione delle politiche e a un progetto di trasformazione».

È evidente il tentativo generoso di restituire forza politica e istituzionale ai movimenti delle donne e nello stesso tempo dare nuovi contenuti alla tradizionale alleanza tra il movimento di emancipazione e il movimento operaio che ha consentito a donne con esperienze e ispirazioni totalmente diverse di lavorare insieme. Non senza difficoltà e incomprensioni. Io ho memoria degli scarti di linguaggio e di capacità di ascolto, ma ho memoria anche, almeno per me, di grandi scoperte. Ma quel tentativo avrebbe richiesto un analogo sforzo da parte della sinistra e del PCI. Anche per questo salutai come una occasione la svolta della Bolognina. Ma non casualmente proprio quella vicenda ha segnato anche la fine politica del percorso della Carta e della solidarietà e comunanza che le aveva dato vita.

Gli anni seguiti all’89 non hanno mantenuto le loro promesse e anche la svolta non ha mantenuto le sue. Non ha rappresentato la costruzione di una sinistra nuova, ma la progressiva dimissione e accettazione delle idee liberiste, scambiate per idee liberali, nel disperato tentativo di attenuare gli effetti devastanti delle politiche della destra. Le donne e anche noi abbiamo pagato un prezzo altissimo in questi venti anni. I punti centrali della Carta sono stati via via resi marginale e poi dimenticati, archiviati come vecchi, espressione di conservazione e arretratezza. E infatti la vita delle giovani donne è peggiore della nostra, proprio sul punto centrale della conquista dell’autonomia e della libertà di genere. Alla fine rischia di essere rimasta solo la battaglia per il riequilibrio della rappresentanza, che rischia di diventare battaglia per il potere, ma senza il punto di vista, senza né capacità, né volontà di far inciampare nessuno.

Riflettere su quell’esperienza è dunque importantissimo, come riflettere sulla vicenda della sinistra e degli epigoni del PCI. Ma bisogna rifletterci senza infingimenti, né nostalgie, né soprattutto bugie. Questi anni sono stati gli anni della difficile gestione di una sconfitta.

Ci siamo tutte e tutti dentro, a partire da me.

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