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Francesca Izzo – Comuniste (italiane) e femministe: l’originale sfida della Carta

Credo di essere l’unica del gruppetto riunito da Livia a non aver partecipato alla stesura della Carta. Fui coinvolta dopo, ma con vera passione da parte mia. Ne scrissi e ne parlai più volte in varie circostanze, specie quando si aprì pubblicamente (se non ricordo male, dopo le elezioni del 1987) il conflitto di interpretazione della Carta. Quel che contava era la «relazione tra donne» mentre il resto era retaggio e zavorra dell’emancipazionismo tradizionale, oppure l’originalità e la forza dell’esperimento stava nel tenere insieme i due aspetti? Non ebbi dubbi nel difendere questa seconda posizione, anche se il modo come erano stati combinati non mi piaceva molto. Continuo anche oggi a pensare che lì, in quel tentativo, stia l’importanza della Carta per la storia delle donne italiane e per la cultura politica nazionale. Non si trattava, in linea di principio, di cattiva mediazione, di desiderio di tenere assieme cose che assieme non stavano. Era in gioco qualcosa di fondamentale, anche se forse non ce ne era piena consapevolezza. Per la prima volta, una parte (non tutte) delle comuniste si riconosceva prioritariamente appartenente al genere e si impegnava a far valere nel partito i conflitti e le potenzialità che discendevano dalla differenza sessuale. Il dato rilevante era il superamento sia della «doppia militanza», cioè la coesistenza, più o meno pacifica, di più appartenenze, che del più consueto (per il PCI) rapporto partito-movimento. Con la Carta si affermava che alcune (tante o poche non ha importanza) comuniste proprio in quanto comuniste dichiaravano la politicità della loro differenza di sesso. E questa presa di posizione aveva una doppia valenza.

La prima: la politicità della differenza veniva rivendicata proprio nei confronti dell’essere comuniste, ovvero nei confronti di quell’universalismo che si riteneva al massimo grado contenuto nell’idea del comunismo, in particolare quello della tradizione italiana (Gramsci). La «relazione tra donne» diventava il simbolo della irriducibile dualità del genere umano, dualità che andava non superata ma affermata ed elaborata al punto da produrre un’altra idea, un’altra forma di unificazione dell’umanità, concetto centrale del comunismo. D’altra parte, il riferimento, benché generico, al comunismo era altrettanto importante per il femminismo della differenza, perché ne impediva lo slittamento verso la frammentazione individualista (di vario tipo) e la proliferazione indefinita delle differenze.

La seconda riguardava invece la traduzione di quell’atto simbolico nel programma politico del partito, e cioè la capacità di investire l’insieme del suo gruppo dirigente (più uomini che donne) delle novità della grande trasformazione antropologica, prima che sociale o culturale, che si stava producendo (in Italia e in tutto l’Occidente), con la rottura della segregazione domestica delle donne, in ogni ambito della riproduzione: mercato del lavoro, famiglia, welfare, ecc… Non come questioni delle donne e per le donne, ma come questioni che cambiavano i termini stessi del patto sociale e politico “fordista” e patriarcale, a cominciare dai soggetti stessi del patto, sindacati e partiti. Si trattava di metabolizzare e di tradurre in politiche innovative questo sconvolgente processo. Ne andava della capacità dell’Italia di affrontare o meno il mutamento di scenario mondiale che da più di dieci anni si stava producendo con la “rivoluzione neo-conservatrice” (la seconda parte della Carta affastellava troppe questioni, troppi temi in un elenco che non lasciava emergere il nodo della trasformazione in corso che invece affiorava nelle politiche dei tempi).

Entrambi questi aspetti che insieme fanno, per me, della Carta un punto alto della cultura politica nazionale richiedevano leadership che si candidavano a guidare partito e paese. Questo è il punto dolente che ci tocca tutte, nessuna esclusa.

Hanno prevalso invece insicurezze, timori di non essere all’altezza e soprattutto il convincimento che i coetanei maschi, nonostante tutto, erano più attrezzati di noi ad esercitare la leadership e per questo generalmente riconosciuti e autorizzati a farlo. Ma soprattutto circolava tra noi, almeno in quel periodo, l’idea che fossero disponibili ad ascoltare, a cooperare e a cambiare se stessi e le cose insieme a noi, così come era già accaduto in tante relazioni personali. Non è stato così, e abbiamo pagato tutti, principalmente ne è uscita malconcia l’Italia.

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