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Elena Emma Cordoni – Il lavoro collettivo delle donne

Arrivo alla Sezione Femminile del PCI attraverso un percorso diverso da quello delle altre compagne che vi incontro: Livia, Perla, Tiziana, Gloria, Giulia, poi Anna Maria, Franca e così via. Arrivo nell’autunno del 1984 (quindi alcuni mesi dopo la nomina di Livia e della formazione del gruppo di lavoro attorno a lei) in seguito a una proposta fattami da Livia Turco, proposta a cui ho cercato di resistere, e a cui ho resistito per alcuni mesi. Preferivo stare al sindacato, misurarmi con la contrattazione collettiva (cose concrete) e da lì, oltre che occuparmi di credito, di contratti, avevo iniziato a costruire un luogo delle donne: “molti quadri femminili” si diceva una volta, sono usciti da quella mia esperienza, che ancora oggi incontro nelle istituzioni e/o nelle organizzazioni sindacali, per costruire contrattazioni che migliorino la vita e il lavoro delle donne.

La politica allora mi sembrava un luogo astratto, incapace di incidere sulla vita delle persone. Non fu così. Quando decisi di accettare la proposta e mi misi a lavorare in quel luogo capii che da lì si poteva fare molto di più (allora si poteva! I partiti erano ancora luoghi collettivi, di partecipazione, il partito influiva su molte organizzazioni, era al governo di città, regioni…sì, mi sono dovuta ricredere e ne sono rimasta contenta).

Passavamo ore, giornate, nottate, senza sosta sorrette dalla nostra passione politica; mettevamo spesso in secondo piano la nostra vita personale perché quello non era solo lavoro politico ma era la possibilità di essere protagoniste del cambiamento della nostra vita. Ci siamo spese senza nessuna prudenza, nessun riguardo rispetto alla nostra vita, e per molto tempo quello è stato tutto. Eravamo appagate da quel lavoro collettivo e dal potere che ce ne derivava.

Mi era stato richiesto di occuparmi prevalentemente del rapporto tra le donne e il lavoro: intensi furono i rapporti con le donne nei sindacati, nelle organizzazioni imprenditoriali ma anche direttamente nei luoghi di lavoro delle tante città italiane. Ricordo quegli incontri (organizzati o che organizzavamo noi) pieni di donne che discutevano, partecipavano condividendo o no la nostra riflessione ma con la stessa convinzione: che cambiando il mondo per renderlo più adeguato alla vita delle donne, il mondo sarebbe migliorato per tutti. Era la nostra tensione ma era anche quella delle donne che incontravamo nel paese. La nostra elaborazione costruita con il contributo di donne della diverse Università (Milano, Reggio Emilia, Bologna) sui cambiamenti sociali prodotti dalle donne incontrava i bisogni delle donne, rispondeva alle loro domande, alla loro voglia di cambiare il mondo.

Tenevamo insieme “cambiamento del mondo e riformismo” (anche se questa ultima parola noi non la pronunciavamo, non entrava nel nostro linguaggio, e meriterebbe riflettere sul perché). Non vi nascondo neanche che questo era un punto di frizione all’interno del nostro gruppo, e con il femminismo in generale. La Carta delle Donne non doveva contenere, per molte, il programma, gli obiettivi concreti, le politiche di governo (direi io); su questo punto non è mai stato trovato un accordo: io e chi come me dedicava il suo tempo e la sua passione politica ai temi del lavoro e/o dello stato sociale ci trovavamo in continuo conflitto.

Con lo slogan «dalle donne la forza delle donne» abbiamo provato ad uscire dalla secondarietà, a far emergere il protagonismo femminile, a fare politica senza essere scelte dagli uomini che detenevano i luoghi dove si sceglie e si decide. Non è così anche oggi? Le nostre ministre in base a quale logica sono scelte? Oggi che ricoprono quei luoghi si relazionano con i luoghi dell’elaborazione femminile per il loro agire? Usano modalità diverse?

Non intendo rivolgere nessun rimprovero e nessuna critica, ma mi interrogo a partire da quel nostro slogan e mi rispondo che allora è stato efficace, forte, e ci ha scosse, ma forse oggi – anche grazie a quella’idea che le donne ci sono e sono brave – abbiamo cominciato ad accostarci ad alcuni di quei luoghi allora irraggiungibili. Di nuovo cito Renzi, che ostinatamente ha scelto questo metodo che da una parte valorizza le donne e dall’altra cerca di cambiare i gruppi dirigenti di questo paese. Non aveva fatto così anche Blair in Inghilterra? E quante volte noi dicevano al nostro partito che questo andava fatto se volevamo rispondere alle trasformazioni della società e dell’economia?

Eravamo inascoltate ma anche sicure che fosse per colpa di un ritardo culturale che la forza delle cose avrebbe mutato, e invece anche in quel caso si giocava la nostra secondarietà e aspettavamo, perché eravamo convinte che il gruppo dirigente “illuminato” avrebbe colto il bisogno di cambiamento. Ingenue? Solo ingenue?

Perché il nostro pensiero, che aveva offerto una lettura della società, aveva messo in campo la necessità del cambiamento da sinistra, non siamo riuscite ad affermarlo?

Oggi penso che avremmo dovuto farne un elemento di scontro congressuale, avremmo dovuto esprimere una leader che contendesse ai maschi la segreteria del partito e non limitarci a chiedere al partito di condividere le nostre riflessioni. Sarebbe stato il modo con cui uscivamo dalla secondarietà e assumevamo in prima persona la responsabilità di una proposta complessiva. Noi sapevamo che la nostra proposta era una “proposta generale” che si rivolgeva all’intero paese, ma non ne abbiamo tratto le conseguenze necessarie, e qui sta la nostra grande responsabilità.

Oggi mi pongo però un interrogativo di fondo: allora quello slogan ci è stato utile, è stato utile a tante donne nel paese per farsi forza, ma oggi è ancora utile? E non solo perché non viene praticato ma perché nella pratica sono in campo altre e più vincenti modalità di affermazione femminile.

Con «Le donne cambiano i tempi» superammo anche il nostro tradizionale bacino di riferimento; non più solo le donne che si richiamavano alla sinistra ma anche quelle con altri orientamenti e con altre tendenze: penso alla Coldiretti, alla Federcasalinghe, al CIF. Avevamo colto i cambiamenti delle donne italiane e con loro volevamo costruire le risposte adeguate alle modifiche strutturali di cui avrebbe avuto bisogno la società italiana per uscire da un mondo organizzato e plasmato sulla figura maschile, sul tempo di lavoro delle fabbriche. Credo che molto sia cambiato ma molto altro resta ancora da fare (penso a servizi alla persona adeguati, ai lavori precari e sottopagati che per lungo tempo hanno riguardato le donne ma non costituivano un “problema” e oggi sono il modo di lavorare di intere generazioni di uomini e di donne, penso alle differenze salariali tra uomini e donne…).

Partendo dalle donne avevamo compreso che l’organizzazione della produzione stava cambiando, abbiamo proposto un cambiamento governato, abbiamo trovato resistenze forti, pochi alleati e oggi che abbiamo ottenuto la flessibilità in quasi tutti i campi, non possiamo dire di averla potuta governare. La nostra proposta non ha trovato i soggetti che la realizzassero, e non siamo state sconfitte solo noi ma tutta la sinistra: la rivoluzione industriale, economica si è obbligatoriamente imposta, la sinistra l’ha rincorsa, spesso osteggiata, si sono costruite resistenze che oggi sono diventate “privilegi” ma è inesorabilmente e inevitabilmente passata (anche la discussione oggi sull’art. 18 risente di questa mancanza di visione, di coraggio di cambiamento). Non vorrei essere equivocata, voi conoscete le mie posizioni! Però detesto e trovo strumentale il dibattito che oggi viene riproposto su questo tema tra chi da “destra” ne vuole l’eliminazione, e chi da “sinistra” lo difende. Siamo chiusi alla difesa di uno “scalpo” senza costruire una proposta alternativa capace di unire tutte quelle generazioni di precari di oggi! Ha ragione Renzi a dire che il sindacato in tutti questi anni ha difeso (!) la sua roccaforte di iscritti e si è voltata dall’altra parte.

Cosa vorrei da una nostra riflessione collettiva:

  • ricostruire quell’esperienza, la fase politica e sociale di quel periodo e il ruolo delle donne;

  • riuscire a far conoscere quella fase della vita politica italiana e il ruolo della Sezione Femminile del PCI come ricostruzione della memoria per le nuove generazioni;

  • soprattutto vorrei che fosse utile alla politica di oggi, alla sinistra italiana di oggi per riflettere sull’importanza di costruire, di ri-costruire una visione dell’Italia, dell’Europa, del mondo;

  • oggi è tutto più difficile, manca una politica che rimetta insieme i vari pezzi di analisi della società italiana, ma non solo, manca un partito in cui ci si possa confrontare sulla nuova politica economica e culturale di cui avrebbe bisogno il nostro paese. Il paese è in un continuo stato di emergenza, assediato dai conservatorismi diffusi, economicamente esposto, come tutta l’Europa, al declino e noi ci troviamo con una sinistra (non solo quella italiana) che affanna.

Possiamo tenere insieme questi obiettivi?

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