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Arianna Brocchini – La Carta, luogo autonomo delle donne

La straordinarietà della Carta delle donne va collocata nel periodo storico e politico. Il PCI, dopo la scomparsa di Berlinguer, viveva una crisi di cultura politica, sempre più manifesta era la difficoltà a produrre una elaborazione progettuale che accogliesse domande, espressione di grandi mutamenti già in atto. Le donne comuniste che avevano praticato e praticavano la doppia militanza percepivano questa difficoltà in modo molto significativo. Credo che tutte noi dobbiamo a Livia la grande intuizione di aver assunto il tema della cittadinanza politica delle donne come valore prioritario: «Siamo donne comuniste» era infatti un’affermazione che dava identità e cittadinanza alle donne comuniste. La costruzione della Carta fu una grande occasione di dibattito, di riflessione e di confronto non solo fra le donne comuniste, ma con movimenti, associazioni, istituzioni. Ricordo i dibattiti appassionati fra noi, coi movimenti femministi, con il Sindacato… dibattito e confronto che nessuna di noi ha mai vissuto come seccatura, piuttosto come essenziale alla definizione di uno strumento che parlasse a tante donne e che colpisse per la sua potenzialità innovativa, capace di produrre cambiamenti nella vita delle donne. La Carta avvicinò molte donne iscritte e non, anche quelle che non frequentavano e anzi contestavano i cosiddetti «luoghi autonomi delle donne», poiché si ritrovarono in una parte di quel percorso e soprattutto si ritrovarono nei contenuti. Fu un bel viaggio incontrare tante donne, ascoltare i racconti delle loro vite, i loro sogni e i loro bisogni. Ricordo gli incontri di Livia con le donne vittime del caporalato, e nello stesso tempo in Emilia Romagna incontravamo le donne imprenditrici, le associazioni di categoria, le operatrici delle strutture socio sanitarie. Devo dire che in Emilia Romagna tante donne hanno vissuto la Carta come occasione per far evolvere la cultura e la tradizione riformista delle politiche di governo locale.

Le politiche dei tempi delle città trovarono infatti insediamento nelle istituzioni e la loro sedimentazione e declinazione è ancora oggi presente e ha avuto evoluzione, così come è passata la cultura dei servizi per l’infanzia come servizi a sostegno della genitorialità e della formazione della prima infanzia, questa cultura si è sostituita a quella assistenziale che spesso ha messo in crisi le donne nel rapporto con le scelte di maternità.

Una generazione di amministratrici ha sperimentato e progettato la sua azione amministrativa assumendo i contenuti della Carta delle donne. Tanti di quei contenuti sono a oggi ancora attuali. Se si farà il convegno credo sia utile andare a cercare queste esperienze. Il limite che oggi tutte riconosciamo, è stato quello di non essere riuscite a legittimare una leadership femminile, forse per mancanza di coraggio, o ancor di più, io credo, per incapacità a praticare quella grande autonomia che parte dal reciproco riconoscimento delle differenze e soprattutto dell’autorevolezza. Abbiamo pensato che il riequilibrio della rappresentanza ci bastasse, e che questo avrebbe cambiato di per sé il Partito e la politica. Non solo non è stato così, poiché anche la gestione del riequilibrio della rappresentanza ha visto molte volte compromessi che corrispondevano di più agli interessi dei ceti politici del momento, anziché a una straordinaria occasione di cambiamento. Ciò non toglie valore a quel progetto.

Vorrei dire infine che quel tempo fu un tempo di crescita per tutte noi, di passione, di amore per la politica. Ognuna di noi poi ha percorso strade diverse, ha fatto esperienze politiche, amministrative, scelte di vita. Forse sarebbe bello se in quel convegno ci fosse la possibilità di raccontarci come ci ha segnato la carta.

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