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Annamaria Carloni – «Sono una donna – e solo dopo – una comunista»

Avevo meno di trenta anni ed ero arrivata a Roma, alla sezione femminile nazionale del PCI dopo aver fatto per un bel po’ la responsabile femminile di Bologna e anche la consigliera comunale. Attraversavo una forte crisi personale ma continuavo ad essere molto accesa di passione politica nonostante le ferite dei fatti bolognesi del 1977 e poi degli anni del terrorismo. Nella famiglia larga del PCI i conflitti erano ad alto grado di intensità, ma le grandi fratture culturali del tempo venivano assorbite per addizione (contraddizione di classe+contraddizione di sesso+ambiente, ecc.) producendo adattamenti in pratica e mai rotture con la tradizione comunista. Il rapporto tra Partito e femminismo è esemplare. Il conflitto si scaricava tutto nelle commissioni femminili, tra donne. Le iscritte al PCI che stavano anche nel movimento si inventarono una soluzione pratica, la doppia militanza. A Bologna erano molte le compagne della doppia militanza, che tuttavia ebbe conseguenze effettive solo sull’associazione storica delle donne di sinistra l’UDI ( che infatti si sciolse) e nessuna invece per quanto riguarda il PCI. Non per caso il PCI non superò mai il centralismo democratico fino al suo scioglimento. Con Berlinguer il senso di appartenenza delle donne al Partito restava forte, nonostante il conflitto. Con lui il Partito Comunista aveva saputo ascoltare il movimento delle donne e cambiare la sua linea patriarcale sull’aborto.

Fu un confronto aspro. Io per la prima volta mi schierai nettamente con le compagne dell’UDI, contro la linea del partito. Partecipare ad una manifestazione davanti alla sede storica di via Barberia, alzare le mani, tutte, con il segno femminista, sostenere un duro confronto interno tra donne e poi vincere nel Partito sull’autodeterminazione, sono state queste le tappe di una presa di coscienza irreversibile.

Dopo allora, dire «sono una donna comunista» significò dire «sono una donna – e solo dopo – una comunista». L’esperienza della Carta delle donne con Livia Turco e le altre compagne aveva queste premesse. Nel PCI dopo la morte di Berlinguer il declino si manifestò con il degrado dei rapporti tra gli uomini del gruppo dirigente, che da da quel momento in poi furono segnati da contrasti e personalismi e da una lenta e inesorabile emorragia di voti, ma non succederà nulla di rilevante fino alla svolta di Occhetto. Una svolta che arrivò troppo tardi, quando già il muro di Berlino e i partiti comunisti europei erano crollati sotto il peso di «un cumulo di macerie» come scrisse Claudia Mancina.

Con Livia e con la Carta delle donne, noi donne del PCI, negli anni del declino, abbiamo occupato un vuoto di senso e di iniziativa.
Grazie alla mediazione di alcune femministe comuniste, innanzitutto Franca Chiaromonte, Livia Turco stabilì una relazione politica con il gruppo romano del Virginia Wolf e con il femminismo della differenza sessuale. Avere scritto «dalle donne la forza delle donne» aveva il significato di una rottura con la tradizione delle commissioni femminili. La relazione tra le donne ne costituiva il fondamento teorico e pratico. Ricordo che desideravo fortemente consolidare il rapporto con le compagne femministe. Il legame con alcune mi dava una vera forza e c’era un sapore di libertà e di felicità in quelle serate passate a lavorare e discutere insieme.
La scrittura di quel documento ci appassionò e rafforzo i legami di gruppo. I mesi che ne seguirono furono pieni di incontri con tante donne in tutta Italia. Io tra l’altro mi occupai di curare, con Franca Chiaromonte, la partecipazione di Luce Irigaray alla festa dell’Unita. Con Irigaray, la grande pensatrice della differenza sessuale, sviluppammo un rapporto che continuò nel tempo e lei ci regalò una ricca e preziosa elaborazione sui diritti sessuati.
In quel periodo non mancarono differenze e contrasti tra noi. Dopo tanti anni interrogare oggi il senso di quei conflitti è più facile. Non fummo capaci di spingere quell’esperienza oltre la tradizione del Partito Comunista tanto che alla prova delle candidature per il parlamento prevalsero i meccanismi di sempre. Non riuscimmo nemmeno a sostenerci a vicenda per guidare un cambiamento culturale più profondo del partito e farci classe dirigente. Inevitabilmente perciò, quando il segretario propose la svolta della Bolognina ci dividemmo tra sostenitrici del sì o del no alla proposta di Occhetto e così ebbe fine, insieme al PCI, anche quella nostra esperienza.


L’esperienza della Carta delle donne ci ha dato molto, ma non abbastanza per contendere la direzione del Partito. Forse non poteva che essere così. Non eravamo infatti nel PCI per un desiderio dichiarato di affermazione femminile. È un fatto che a proposito di autoaffermazione e potere ci siamo autocensurate. Avevamo un progetto ambizioso e condiviso da tante donne ma non abbiamo saputo prenderci il potere e lottare per vincere noi e per realizzare quel progetto. Al tempo stesso allora ci eravamo dichiarate comuniste e siccome le parole hanno un peso e un senso, la libertà femminile non poteva che essere seconda, e non prima.


Tuttavia dopo di allora alcune di noi hanno voluto continuare a cercare nuove vie e costruire forza femminile nella politica. Lo abbiamo fatto con l’associazione Emily, ed io a Napoli con Franca Chiaromonte in particolare con l’esperienza della lista di donne alle elezioni provinciali del 2004. Sono convinta che queste esperienze, la Carta delle donne e la lista Emily abbiano molto da dire di utile anche per i tempi che viviamo. Tempi, oggi come allora di sconvolgimenti mondiali, e anche di orrori e crimini inauditi verso le donne. Tempi di crisi grandissima e terribile che rendono di nuovo necessario elaborare idee e nuove pratiche politiche di donne.

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