manifesta_a_roma_con_le_femministe_italiane___0_thumb
1

Anna Annunziata – Il Partito e le donne

Una riflessione sulla Carta è utile, se non è il rimpianto di una stagione politica, ma un’occasione per comprendere meglio cosa ha prodotto e i limiti di quel progetto politico.

Quel «siamo donne comuniste» non è stato un ostacolo, un elemento di difficoltà, l’identità non era desiderio di egemonia, non nascondere chi eravamo era il partire da sé, da noi. E così è stato vissuto, sia dalle donne comuniste sia dalle altre donne con le quali abbiamo costruito forti relazioni. La Carta nacque certamente da una sezione di partito (quella femminile), ma composta da un gruppo di donne che erano state, seppur in modo diverso, segnate dal pensiero e dall’esperienza del femminismo. Le donne del PCI praticavano il dentro/fuori.

Penso che la Carta sia diventata, in quegli anni, un punto di riferimento e, contemporaneamente, dalla relazione con le donne si arricchiva di contenuti. Erano anni che le donne comuniste non avevano una centralità di pensiero politico tra le donne. «Dalle donne la forza delle donne» e l’importanza della «relazione tra donne», mantengono ancor oggi la loro potenza dirompente ed erano presenti, a mio parere, seppur proposti in maniera diversa anche nel movimento «Se non ora quando». Il superamento della visione delle donne come soggetto debole da tutelare, le donne invece come protagoniste del cambiamento, «la forza delle donne», tenendo insieme libertà e uguaglianza.

Vi fu una lettura puntuale delle trasformazioni intervenute nella società italiana, tra le donne e della necessità di tentare di dare risposte a questi cambiamenti che insieme ad aspetti indubbiamente positivi, creavano nuove disuguaglianze e nuove povertà. L’autodeterminazione nella maternità, il controllo delle nascite con il conseguente fenomeno della denatalità, cambia la famiglia e rende necessario il cambiamento dell’organizzazione sociale. 

La Carta è stata capace di coniugare una forte elaborazione teorica alla necessità di una grande iniziativa tra e con le donne nel Paese; l’obiettivo era cambiare le condizioni di vita delle donne. Si sono affrontati temi di grande attualità, ma con uno sguardo profondo: Chernobyl e la coscienza del limite (avevamo su questo tema un partito latitante), l’autodeterminazione, il lavoro e i lavori, i tempi e la qualità della vita. La Carta è stata anche uno strumento che ha consentito di creare forti relazioni tra donne a livello locale, vi fu un nuovo entusiasmo tra le donne comuniste, di tutte le generazioni, ciò produsse una forte, originale e fantasiosa iniziativa sul territorio. Nota personale, furono anni di grande attività, ma c’era anche leggerezza, allegria, solidarietà, sono stata bene con le altre donne.

Un protagonismo che in Toscana fu visto dal Partito e dai suoi dirigenti con interesse, certo permaneva un po’ di diffidenza, ma dovevano misurarsi con un pensiero politico forte e non potevano più permettersi un atteggiamento paternalistico fatto di gentili concessioni alle compagne, e perché vi fu la capacità delle donne comuniste, di costruire su quelle idee confronto e iniziativa su tutti i territori. Era poi evidente il divario tra l’elaborazione delle donne e le difficoltà che il Partito incontrava. Tantissimi incontri in tutta la Toscana, tantissime e diverse le donne incontrate, la costruzione di forti relazioni. In quasi tutte le città toscane nacquero centri culturali delle donne, promossi dalle donne comuniste ma costruiti assieme ad altre donne e con un loro autonomo tesseramento. Voleva essere un tentativo di risposta alla crisi delle strutture di partito che erano in crisi e non erano per nulla attraenti per le donne e per i giovani. Un solo esempio: Il Giardino dei ciliegi a Firenze voluto da Marisa Nicchi con le altre donne fiorentine, tra esse Mara Baronti. Dalle donne venivano avanzate proposte che volevano incidere sui governi delle città, furono gli anni in cui non esisteva un programma di governo, in cui non si faceva riferimento all’organizzazione dei tempi delle città, addirittura di piani regolatori dei tempi, erano anni di difficoltà delle nostre amministrazioni locali e di incapacità, dopo gli anni della centralità dei servizi sociali e della cultura, di vera innovazione. Sarebbe interessante capire cosa è sopravvissuto nelle città italiane di quella stagione.

Ci fu la sconfitta dell’87, ma ancor prima si erano perse molte città. È vero che portammo molte donne nelle istituzioni, «perso il Partito-vinto le donne», ma quella sconfitta pesò anche su di noi. Ma tutto quello che stavamo facendo, che avevamo messo in campo, non poteva supplire alla forte crisi del Partito, poter fare da sole, come se il Partito non ci fosse, questa a mio parere è stata un’illusione. Avremmo dovuto avere più coraggio nell’affrontare le ragioni della crisi del Partito, all’interno del quale vi era chi riteneva che le stesse donne avevano contribuito ad aumentarne le difficoltà.

Quanto ha pesato tra le donne il valore dell’unità del Partito, per cui si poteva agire il conflitto senza mai giungere a rotture,o che affrontare questo avrebbe prodotto divisioni anche tra le donne comuniste? Tutte le leadership, anche quelle femminili, nascono da rotture, senza attendere la cooptazione, ma pensavamo che fosse ancora possibile cambiare il Partito e il suo gruppo dirigente.

La crisi e la svolta dell’89 ci travolsero, finì quell’esperienza e proprio sull’identità «siamo donne comuniste» ci siamo divise e non siamo state capaci di salvaguardare il progetto politico in cui avevamo creduto e investito molto di noi stesse.

One thought on “Anna Annunziata – Il Partito e le donne

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>